Originariamente pubblicato in Le Formiche il 04 maggio 2020

Per avere influenza in Europa non servono le minacce di abbandonarla esaltando la sovranità nazionale, non serve risalire più veloci di altri la Via della Seta. Serve visione, serve capacità di costruire nuove alleanze, serve volontà di trasformazione.

Quale sovranità nel tempo della crisi coronavirus. E come uscirne? Il neo-nazionalismo e il sovranismo sono ancora di moda in Italia. Addirittura, una parte del governo e della maggioranza, a cominciare dal ministro degli Affari Esteri Luigi Di Maio e dal Movimento 5 Stelle, è molto impegnato nella costruzione di nuove alleanze strategiche, attraverso una continua propaganda pro Pechino e anti-Ue senza precedenti. Del resto, parliamo dello stesso Di Maio che voleva un referendum per uscire dall’Ue a cui avrebbe votato Sì.

Tutti i governi europei si sono dovuti concentrare sull’emergenza, in un’ottica prevalentemente nazionale o territoriale. E i vari leader si sono rivolti in modo molto diverso ai loro cittadini e rispetto all’Europa. In Italia, Giuseppe Conte ha esasperato i toni con l’Unione soprattutto per salvare se stesso. Mark Rutte ha semplicemente ignorato l’Unione probabilmente per lo stesso motivo di Conte. Anche Angela Merkel, inizialmente, ha del tutto ignorato la dimensione europea della crisi, salvo poi ammettere di fronte al Bundestag che neppure la Germania può stare bene se non sta bene il resto dell’Europa.

Il leader di uno dei Paesi più orgogliosi della propria storia e della propria identità nazionale, parliamo di Emmanuel Macron e della Francia, ha invece aperto un coraggioso confronto politico in Europa, rifiutando il solito compromesso al ribasso proposto da Berlino, e ha avuto la forza di rilanciare la sua visione per una nuova sovranità europea proprio nel momento del suo più forte appello all’unità nazionale.

Responsabilità e solidarietà sono i valori chiave per affrontare la crisi e per preparare la ripresa: sono l’essenza dell’idea stessa di “comunità”. Valgono tra le generazioni, tra i territori, rispetto a chi in prima linea affronta la crisi. Sono indispensabili per la necessaria unità nazionale e per la coesione sociale e sono stati invocati più volte da Emmanuel Macron all’inizio dell’emergenza. Allo stesso tempo, la ripresa, la rinascita post crisi richiedono ancora di più visione e leadership. Soprattutto richiedono la ripresa del controllo da parte della politica: riprendere il controllo, tema chiave per tutti i governi oggi, questione centrale per una vera sovranità.

Ecco perché proprio nel momento in cui ha invocato la massima “fratellanza” nazionale, Emmanuel Macron ha aggiunto che questa fratellanza e unità nazionale devono servire, hic et nunc, a realizzare più unità e più solidarietà europee. Non ha minacciato di “fare da solo” o di uscire dall’Unione: ha spinto affinché tutti mostrassero quell’audacia e quella determinazione indispensabili per la rifondazione europea. Ha invocato un’indipendenza agricola, sanitaria, industriale e tecnologica francese in un quadro di maggiore “autonomia strategica” per l’Europa, legando così il tema dell’indipendenza nazionale ad una nuova capacità di controllo strategica da recuperare insieme e più uniti, come europei. Ha spinto l’Unione alla solidarietà globale, guardando innanzitutto all’Africa e proponendo di cancellare in modo massiccio il debito dei Paesi africani. Una nuova solidarietà globale che ha poi portato Macron a promuovere con altri governi e patrocinare la conferenza internazionale dei donatori per la ricerca del vaccino organizzata a Bruxelles. Perché l’uscita dalla crisi passa dalla costruzione di una sovranità europea nei settori strategici e da nuove alleanze globali e iniziative multilaterali. Nella prospettiva di una nuova agenda per la sicurezza umana giustamente indicata dal segretario generale delle Nazioni Unite Antonio Guterres.

L’unità nazionale e l’indipendenza richiedono un’Europa sovrana e nuove cooperazioni globali. La posta in gioco è la rinascita economica e sociale europea, la tenuta democratica del continente, e la sfida con altri attori che tentano di approfittare della crisi per rafforzare le loro strategie egemoniche e autoritarie, a cominciare da Pechino; o limitare ancora di più gli spazi democratici: Budapest e Varsavia sono gli esempi più eclatanti, ma l’attenzione sul rispetto delle libertà fondamentali va tenuta alta dappertutto, Italia inclusa.

I discorsi e l’azione di Macron, insomma, non sono un ritorno ad una vecchia concezione della sovranità nazionale, un richiamo nostalgico al mondo che non c’è più. Senza dubbio, trovano delle radici nel migliore europeismo francese, inclusa quella Dichiarazione di Robert Schuman di cui celebriamo i settanta anni il 9 maggio. Anche oggi durante questa crisi sono necessarie delle “nuove realizzazioni concrete che creino innanzitutto una solidarietà di fatto”, come indicato da Schuman. Ecco l’importanza del confronto politico con Germania e Paesi Bassi aperto da Macron con il sostegno di Italia, Spagna ma anche di Paesi come l’Irlanda, il Belgio o il Lussemburgo, sul piano europeo per la ripresa, sui Recovery Bond da noi proposti al Parlamento europeo, basati sull’idea di nuovo “debito comune europeo” (e non sulla mutualizzazione dei debiti nazionali già esistenti). Perché rappresentano quelle prime “realizzazioni” su cui fondare la costruzione di una nuova sovranità europea attraverso una riforma politica dell’Unione che passa attraverso il recupero della fiducia reciproca tra Stati e popoli e l’impegno collettivo per una nuova strategia comune europea, nella convinzione di avere un destino comune, oggi ancora più di ieri. Ma le realizzazioni devono essere “concrete”: per questo, a Parigi la reazione all’accordo di principio dell’ultimo Vertice europeo sul Recovery Fund – proposto dalla stessa Francia – è stata molto più sobria che a Roma. Per chi ama il calcio, direi che ascoltando Giuseppe Conte sembrava avesse vinto la Champions League; ascoltando Emmanuel Macron, invece, si parlava di una vittoria alla terza giornata del girone di andata. Il primo si gioca la salvezza personale, e si vede, anche troppo bene; il secondo la leadership europea.

Per avere influenza in Europa non servono le minacce di abbandonarla esaltando la sovranità nazionale, non serve risalire più veloci di altri la Via della Seta. Serve visione, serve capacità di costruire nuove alleanze, serve volontà di trasformazione. Per il rilancio dopo la crisi servono insomma la politica e la leadership: sta ai leader europei dimostrare di averne.