“L’Unione si fonda sui valori del rispetto della dignità umana, della libertà, della democrazia, dell’uguaglianza, dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani, compresi i diritti delle persone appartenenti a minoranze. Questi valori sono comuni agli Stati membri in una società caratterizzata dal pluralismo, dalla non discriminazione, dalla tolleranza, dalla giustizia, dalla solidarietà e dalla parità tra donne e uomini.”

Articolo 2 del Trattato sull’Unione Europea

L’Unione Europea: una comunità di destino fondata sui principi democratici

L’Europa è la culla della democrazia. 

Lungi dall’essere solo l’eredità dei nostri pensatori e filosofi, l’idea che l’identità europea sia inseparabile dal rispetto delle libertà fondamentali, dello Stato di diritto e del governo democratico è il risultato di un passato doloroso, di guerre e dittature che hanno colpito il nostro continente negli ultimi secoli.

Mentre alcuni tendono a dimenticarlo, altri continuano invece a custodire e a badare questa libertà duramente conquistata dalle generazioni precedenti. 

Oltre ad essere una comunità economica, l’Unione Europea è stata concepita come un vero e proprio baluardo per proteggere gli europei da possibili nuovi eccessi autoritari. Una struttura politica sovranazionale, che permette di ancorare gli Stati membri nel campo delle democrazie liberali, vincolandoli attraverso questioni economiche e valori comuni.

Un successo perché oggi stiamo ancora beneficiando delle decisioni prese ieri. La pace ne è la principale testimonianza.

L’Unione europea punta alla conservazione dei regimi democratici nei suoi Stati membri, ma anche allo sviluppo della democrazia nel resto del mondo. Si dice spesso che la politica di allargamento è il più grande successo dell’azione esterna dell’Unione europea. Gli allargamenti hanno infatti permesso di costruire gradualmente l’Europa così come la conosciamo oggi: ricca nella sua diversità e unita di fronte ad altri modelli di società nel mondo.

Se prendiamo l’esempio dell’allargamento iberico del 1985, possiamo constatare che è stato uno dei principali fattori di successo della transizione democratica in Spagna e Portogallo.

Così come la prospettiva di adesione all’Unione Europea negli anni Novanta ha guidato l’enorme lavoro politico, economico e sociale che hanno dovuto intraprendere i Paesi dell’Europa centrale e orientale  dopo la caduta del blocco sovietico.

La promozione della democrazia è anche uno degli obiettivi delle relazioni tra l’Unione Europea e i Paesi extraeuropei. Per promuovere il suo modello e accompagnare la transizione democratica nei Paesi in via di sviluppo, l’UE fornisce sostegno tecnico e finanziario per le riforme necessarie. Molto spesso consente l’accesso di questi Paesi al mercato interno a condizione che essi agiscano nel rispetto dei diritti umani e dei principi dello Stato di diritto.

Ricordiamo anche che l’Unione europea è stata uno dei protagonisti nella creazione della Corte penale internazionale, che ha la capacità di intervenire quasi ovunque nel mondo per perseguire gli autori di crimini di guerra.

La democrazia illiberale: il rischio autoritario nel cuore dell’Europa

L’ascesa del populismo e le tendenze autoritarie dei governi di vari Stati membri sono rischi per la democrazia che l’UE deve contenere.

Gli esempi più allarmanti sono i governi ungherese e polacco, che negli ultimi anni hanno attuato politiche volte a dipanare e aggirare le istituzioni democratiche del loro paese per mantenere il controllo del potere politico.

Questo atteggiamento è stato rapidamente denunciato a livello europeo, in particolare dalla Corte di Giustizia dell’Unione Europea che, attraverso numerose sentenze, è riuscita ad impedire l’applicazione di alcuni degli aspetti più liberticidi delle riforme costituzionali promosse da Viktor Orban in Ungheria e lo smantellamento del sistema giudiziario voluto dal Partito “Diritto e Giustizia” (PiS) al potere in Polonia. 

 

Tuttavia, queste azioni sono insufficienti e le istituzioni politiche dell’Unione europea si trovano disarmate di fronte all’azione di questi due governi, la cui deriva illiberale non è più in dubbio.

Oggi esiste un solo procedimento sanzionatorio: quello dell’articolo 7 del Trattato sul funzionamento dell’Unione europea. L’obiettivo è quello di sospendere il diritto di voto del governo interessato in seno al Consiglio dei ministri dell’UE. Tuttavia, secondo le norme applicabili, il veto di un singolo Stato membro è sufficiente ad impedire l’avvio di tale procedura, il che lo rende di fatto inapplicabile.

Le politiche di Orban e del PiS non minano solo la democrazia nei loro rispettivi Paesi, ma anche le fondamenta stesse dell’Unione europea. Pur essendo tra i maggiori beneficiari della solidarietà tra gli Stati membri, sono loro stessi i primi a sottrarsi alle loro responsabilità quando si tratta di prestare aiuto ad altri Stati.

Come ha detto Juncker, degli Stati membri part-time: presenti quando si tratta di ricevere, assenti quando tocca dare…

Condizionare i trasferimenti europei al rispetto dello Stato di diritto e del principio di solidarietà

Per questo ho sempre lavorato per fare del rispetto dello Stato di diritto un elemento chiave del bilancio dell’UE: se il governo di uno Stato membro non rispetta lo Stato di diritto, dovrebbe smettere di ricevere finanziamenti dai fondi europei di sviluppo regionale.

Naturalmente, dobbiamo evitare che le sanzioni imposte a un governo colpiscano i cittadini che beneficiano di questi fondi. Per questo motivo, insieme al mio gruppo Renew Europe e alla delegazione Renaissance, proponiamo che quando un governo si fa beffe dei diritti fondamentali o non rispetta lo Stato di diritto, sia la Commissione europea a gestire i fondi direttamente con i beneficiari senza l’intervento del governo nazionale. Questa è la cosiddetta “condizionalità intelligente”. Tale gestione centralizzata è già in atto per diversi fondi dell’UE (ad esempio lo strumento di assistenza preadesione ai paesi candidati).

Questa idea di cross-compliance intelligente non è nuova: avevo già lavorato su questi temi come Sottosegretario di Stato per le politiche e gli affari europei sia durante la Presidenza italiana dell’UE nel 2014 che negli anni successivi. Nel dicembre 2014, in particolare, abbiamo raggiunto un accordo (unanime!) sulla proposta italiana di creare un meccanismo che permetta al Consiglio di valutare ogni sei mesi la situazione dello Stato di diritto e del rispetto dei diritti umani in tutti gli Stati membri. Non era una cosa da poco all’epoca, e le trattative future saranno difficili. Ci siamo poi battuti per includere la condizionalità nei futuri bilanci europei. Nell’aprile 2015 ho proposto che qualsiasi condizionalità, nel caso dei fondi di coesione come di altri fondi, debba includere il rispetto dei valori fondamentali e dei principi dello Stato di diritto. L’obiettivo per il 2015 era lo stesso di oggi: dimostrare che il rispetto dei nostri valori fondamentali, definiti all’articolo 2 del Trattato UE, è un prerequisito per ricevere i finanziamenti europei. 

Tuttavia, la condizionalità non dovrebbe essere applicata cecamente: da qui la gestione centralizzata dei fondi da parte della Commissione europea. Questo approccio avrebbe due grandi vantaggi.

  • Da un lato, la condizionalità intelligente contribuirebbe a preservare il pluralismo politico e civile nel Paese in questione. In effetti, l’esperienza in Ungheria e in Polonia dimostra che le politiche liberticide spesso iniziano riducendo gli apporti finanziari agli attori della società civile, compresi i media, gli istituti di istruzione superiore e le ONG. 
  • D’altra parte, impedirebbe l’alienazione della popolazione del Paese sanzionato. Finora i governi hanno utilizzato strategie di vittimizzazione della popolazione per giustificare le loro azioni e per mettere i cittadini contro l’UE. Se i finanziamenti dell’UE fossero mantenuti attraverso un canale diretto tra la Commissione e i cittadini, questo argomento perderebbe tutto il suo peso. 

Dare all’Europa poteri politici per proteggere lo Stato di diritto

Si tratta di una delle sfide più importanti che l’UE deve affrontare. Per difendere la democrazia e lo Stato di diritto, l’Unione deve sviluppare una vera forza politica. Senza un’Europa potente, capace di difendere i suoi valori, gli abusi di alcuni Paesi continueranno. 

Ecco perché l’Europa, al di là della condizionalità intelligente del bilancio, deve essere in grado di prendere posizione in modo chiaro contro ogni tipo di violazione dello Stato di diritto e di adottare posizioni inequivocabili ai primi segni del deterioramento della democrazia in uno Stato membro. È in gioco la credibilità delle nostre istituzioni e del progetto che esse incarnano.

La Conferenza sul futuro dell’Europa dovrà affrontare questo tema e presentare proposte concrete. 

In questo contesto, insieme alla mia delegazione, insisterò per una riforma basata su tre principi: l’individuazione precoce delle violazioni, la progressività delle sanzioni e l’applicabilità del meccanismo.

Per quanto riguarda l’individuazione precoce delle violazioni, e tenendo presente che molto spesso le politiche liberticide sono accompagnate da pratiche di corruzione, mi batterò per l’estensione dei poteri investigativi del Parlamento europeo e della Procura europea. La competenza della Procura europea deve essere estesa anche a tutti gli Stati membri, istituendola come organo dell’UE senza che gli Stati membri possano eluderla.

Seguendo l’esempio del semestre europeo (meccanismo di controllo dei bilanci nazionali), proporrò la creazione di una valutazione periodica della salute democratica degli Stati membri. Le relazioni di valutazione saranno preparate dalla Commissione, tenendo conto delle relazioni fornite dai governi, dalle istituzioni nazionali per i diritti umani (NHRI), dal Mediatore europeo e da una consultazione pubblica che consentirà alle ONG presenti nel Paese di fornire le loro osservazioni. Se necessario, la Commissione potrebbe proporre su questa base l’attivazione di sanzioni. 

Il rapporto e le sanzioni proposte saranno discusse e adottate a maggioranza in codecisione dal Parlamento e dal Consiglio.

Infine, una riforma dei trattati dovrebbe consentire alla Commissione europea di adottare sanzioni sufficientemente diversificate per consentire la progressività e affrontare la realtà di ogni violazione dello Stato di diritto. La condizionalità intelligente ne sarebbe parte, ma è necessario riflettere su altre opzioni, come una maggiore supervisione dei flussi finanziari, la sospensione da parte dell’UE dell’area Schengen nei confronti di uno Stato, sanzioni finanziarie o la sospensione del diritto di voto in seno al Consiglio, tra le altre.

L’esperienza degli ultimi anni ci dimostra che la democrazia e il rispetto dello Stato di diritto non sono un fatto scontato in Europa. Anche nelle nostre società c’è un rischio reale di deriva autoritaria e questo deve essere preso sul serio. L’Unione Europea deve essere all’altezza di questa sfida e, anche se la strada da percorrere è ancora lunga, sono convinto che l’impulso dato dal Presidente Emmanuel Macron e lo slancio per le riforme che si è creato di fronte alla crisi del Covid19 costituiscano una finestra di opportunità per attuare queste riforme nei prossimi mesi.